Santino Spartà

 

PRIMO PREMIO: Santino Spartà di Roma

INVANO TI ASPETTAVO...

Invano ti aspettavo dietro il casolare,
sorella, per ritornare insieme
nella terra non ancora straziata.
Nell’attesa ricordavo gli ideali
negli attentati crocifissi
e le giovani vite
per la vendetta del mitra cadute.
Nel tuo cuore di Donna,
la faccia di Caino
e i corpi senza nome;
sull’uno e su l’altro
irroravi intensa preghiera.
Anche quella notte sei uscita
dal nascondiglio di spine
per raccogliere nel concavo petalo,
le ultime stille di sangue
che nel fango marcivano
e gli occhi chiudere
in un messaggio di pace protesi.
Invano aspettavo dietro il casolare
la tua voce, sorella,
caldo mistero di amore
alla vita in pericolo
e per rivedere le tue pupille,
unica aureola azzurra,
nel plumbeo cielo di angoscia.
Composi su un cuscino di fiori
le sciolte trecce
ed incrociai le mani
per implorare perdono.



PRIMAVERA IN ESILIO...

Non dirmi che primavera
è tornata,
anche se i nidi d’argilla
hanno caldo di piume
e le gonnelle innocenti
pieghe di festa;
non vedi nella faccia dell’uomo
solchi d’inverno
mentre olio non arde
nelle lampade in chiesa?

I gerani hanno occhi
malati di rosso
nei recinti del cuore senza la fontanina
in crespe di sogno,
e l’edera batte invano
alla cieca finestra
con messaggi di spasimo.
Primavera quest’anno s’indugia
tra un grappolo di astri,
forse per l’odio
che c’è nella donna in gramaglie
e perché non sono ancora spuntate
sulla pietra di scandalo,
fiori e perdono.
Torna ad aprirsi zagara
a illusione di canti,
ma comincio a credere che primavera
è andata in esilio
in compagnia di qualche vuota
conchiglia.


LA MIA AIA È SENZA GRANO

Tramonto, se sciogli sillabe
di fuoco
nella mia casa buia,
ritornerò a rubare
dai graticci frutta per l’inverno
e a riprendere
il pezzo di cielo,
nascosto tra la giunchiglia.
Oh! saper contare ancora
i ciottoli del selciato e andare
da un nido all’altro,
senza paura delle canne morte,
ma non c’è tempo di raccogliere / stupori,
nemmeno sul mio prato,
poiché un mistero
continuamente chiama.
Fanciullo,
con le gambe a penzoloni
sull’abisso,
raggranellavo
cantilene di smarriti grilli,
in isole di gioia,
o inseguivo il coniglio selvatico
fino alla tana,
sotto lo sguardo
delle viole, che spiavano
divertite dai cespugli.

Ora l’aia è senza grano
e mi resta appena appena di giacere
in una terra che non è mia,
mentre lontane succose cortecce,
tentano la mia tristezza.

Copyright © 2005
 

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