Mini-Racconti di
       Aldo Di Gioia
      
    Pagine: 44
       Prezzo non indicato
       Tel.: 347 4546900

     

    PREMESSA

    Non è presunzione dare titolo inglese a questo testo, semplicemente il termine "WAR", a mio parere, porta in sé la cacofonia del rombo dei motori di guerra, acquista la velocità di un ordigno che cade da migliaia di metri, e ne esalta il suo schiantarsi al suolo con un tonfo fragoroso e devastante.
    Poi, è solo "PARTY", rumoroso per le sirene delle ambulanze e il lamento dei feriti straziati, brandelli di umanità ancora vivi sfigurati nelle carni, e lento s’ode il sordo brontolio dei morti, che s’apprestano a trasferire le loro anime.

    - Falegname col martello perché fai den, den,
    con la pialla su quel legno perché fai fren, fren,
    costruisci le stampelle per chi in guerra andò,
    dalla Nubia sulle mani a casa ritornò.
    - Mio martello non colpisce, pialla mia non taglia, per foggiare gambe nuove a chi le offrì in battaglia,
    ma tre croci , due per chi disertò per rubare,
    la più grande per chi guerra insegnò a disertare.

    De André mi conforta in un’assonanza di idee e mi riporta per un momento al "Processo", come in quel lontano 1976.

     

    PROCESSO

    “Due sambabilini uccidono per scherzo una ragazza loro compagna d’infanzia”

    (La Stampa, domenica 28/03/’76)

    Un titolo di cronaca nera che ancora una volta, ripropone il problema della violenza come male sociale e come mancanza di valori morali.

    Processo.
    Giudice: «Massì, si terrà il processo, un processo tanto per…».
    Madre (entrando in aula agghindata a mo’ di albero di Natale con voce rotta da un flebile singhiozzo): «Cosa gli faranno al mio bambino?!»
    Avv. Difensore (prendendo la cliente per un braccio): «Massù signora, non se la prenda, vedrà, non è un caso facile, me ne rendo conto, ma sa…»
    Madre «Ah! ah! Avvocato! Avvocato lo sa che noi non badiamo a spese, ma ci rimettiamo nelle sue mani affinché il ragazzo esca a testa alta da questa brutta avventura».
    Avv. Difensore (rinfrancato dal discorso sulla parte economica): «Vede, come le stavo dicendo, ho già preparato la mia arringa e sono quasi sicuro che questa sera, lei potrà riportare a casa il suo ragazzo».
    Madre (con gli occhi semilucidi per le parole rassicuranti): «Oh! Grazie avvocato, lei è l’unica persona che mi ha un po’ rassicurata, incoraggiata in questo difficile momento: mi fido di lei».
    Giudice: Toc - Toc - Toc (dando tre colpetti di martello con voce imperiosa).
    Silenzio in aula - Entra la Corte.
    Siamo nel vivo del processo: le due fazioni, parte civile e imputati, si fronteggiano.
    Sfuggono di quando in quando sguardi rabbiosi.
    Si alzano gli oratori.
    La parte civile accusa rifacendosi a un vago senso di moralismo, di civismo.
    Poi è la volta della difesa.
    Giudice: «La parola alla difesa».
    Avv. Difensore: «Vostro onore, voglio momentaneamente richiamare la vostra attenzione e di questo spettabile pubblico, su alcuni aspetti di vita passata del teste».
    Devo innanzi tutto chiarire che l’imputato, appartenente ad una famiglia al di sopra di ogni sospetto, è sempre stato a detta di tutti coloro che l’hanno conosciuto, (insegnanti, parroco, amici di famiglia ecc.) un ottimo ragazzo, ricco di intelligenza, spigliatezza, e con un elevato senso di civismo».
    Il suo nome non è mai comparso in nessuna disputa, sia a carattere personale che sociale, sul tipo ad esempio delle manifestazioni studentesche.
    Siamo qui perciò a discutere, non voglio dire inutilmente, ma permettetemi di farvi notare, che stiamo seguendo una pista sbagliata.
    A questo punto un certo brusio percorre l’aula.
    Giudice (toc - toc): «Silenzio o sono obbligato a far sgombrare l’aula».
    Ottenuto il silenzio richiesto si riprende.
    Avv. Difensore: «Alcuni giornali, hanno attribuito alla vicenda una matrice di destra mentre possiamo essere sicuri che un crimine attuato con così fredda premeditazione, e con tale efferatezza e crudeltà, non può che portare il marchio della sinistra.
    Non sono comunque qui a difendere un certo ordine politico, ma per far prosciogliere da un’accusa infamante il mio cliente.
    Ebbene, come tutti voi sapete, la ragazza è stata

    UCCISA PER SCHERZO.

    (Alzando l’indice della mano destra e dando alla voce un’intonazione più greve).
    Non esiste quindi reato, in quanto il crimine non è stato attuato veramente ma, pensando erroneamente l’imputato di trovarsi nel dì “1° aprile”, (essendo il datario del suo orologio avanti di qualche giorno), decise di attuare uno scherzo nei confronti della sua compagna d’infanzia.
    Pertanto, risultando lo scherzo riuscito perfettamente, chiedo che l’imputato venga assolto con formula piena.
    Ho finito, Vostro Onore».
    Giudice (toc - toc): «La corte si ritira per decidere».
    L’aula è pervasa da un nuovo brusio: si fanno ipotesi, scommesse.
    Poi, dopo una breve camera di consiglio rientra la corte.
    Giudice (toc - toc): «Silenzio in aula».
    (Alzandosi in piedi)
    «Do lettura delle decisioni prese dalla corte, oggi qui riunitasi in seduta plenaria dopo aver ascoltato le deposizioni delle parti:
    “L’Imputato Sig. X, è stato assolto con formula piena all’unanimità, poiché il fatto non costituisce reato.
    La seduta è tolta.
    La corte si ritira».
    La madre corre dall’Avvocato difensore.
    Madre: «Oh!! È stato stupendo, meraviglioso, avvocato».
    Poi i due s’incamminano lungo un corridoio fino a raggiungere l’imputato.
    La madre abbraccia il figlio che pare preoccupato:
    Figlio (imputato): «Sai mamma - dice con voce affranta - han tenuto loro la mia pistola, dicono che ci vorrà un po’ di tempo perché me la restituiscano».
    Madre (con voce scandalizzata): «Oh ma è scandaloso! Avvocato, dica lei, come si fa al giorno d’oggi, con la delinquenza che c’è a viaggiare disarmati, così indifesi. Bisogna almeno conoscere un paio di tipi di sport, non so, ad esempio il karatè, lo judò, o quell’altra forma di lotta giapponese, oh che sbadata, me ne dimentico sempre il nome».
    Figlio: «Aikido mamma», pronuncia il figlioletto in uno sprazzo di lucidità.
    Madre (con voce estasiata): «Oh, ma com’è bravo il mio bambino, vero avvocato?»
    Avv. Difensore: «Eh, eh! Signora, suo figlio non è più un bambino, è un uomo ormai».
    Madre: «Sì lo so ma, ogni tanto me ne dimentico. Sa, cosa vuole, è un po’ il difetto di tutte noi madri. Comunque ora dobbiamo proprio andare: sa dobbiamo ancora passare dall’armiere a ritirare la pistola che avevo ordinato per il mio giovanotto. Volevo fargli una sorpresa ma… ormai».
    Figlio (gettando le braccia al collo della madre): «Oh! sei meravigliosa, mamma».
    Madre: «Va bene allora, buonasera avvocato, per la parcella passiamo in studio».
    Avv. Difensore: «Oh sì, ma non si preoccupi, faccia pure con comodo. Di nuovo buonasera».
    I tre si allontanano tutto è finito.
    Anche nell’aula accanto il processo è finito. Cinque uomini condannati a tre anni di reclusione per non voler indossare la divisa militare.
    Ne escono cinque donne che gridano, singhiozzano forte. Gli occhi rossi per il pianto, i capelli strappati, vestite umilmente (non hanno la potenza economica dell’ “albero di Natale”), non emettono un flebile lamento, son solo popolane: singhiozzano forte, urlano la rabbia d’inadempienza a quell’articolo democratico della Costituzione che suona: «Ogni cittadino è uguale di fronte alla legge».
    E in fondo, anche questa è violenza.
    Violenza è infatti l’essere violento, il delitto di chi con la forza costringe qualcuno a fare o a non fare qualcosa.
    Ed è sempre la guerra, rievocata in un breve scritto dal titolo:

    continuano altri racconti

- VETRINA LETTERARIA -

 
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