Racconto di Maria Cristina Buoso
STEFANIA BALDUCCI
Sogno

Sogni, sogni, sogni... strinsi le palpebre nella vuota cavità oculare: il movimento echeggiò. Un suono acuto, insostenibile per l'udito dei vedenti. Io sono abituato a questa oscurità, è una melodia, stupenda e stridente, questa notte.
Solitamente bendo il mio viso, non voglio terrorizzare la gente con la mia mutilazione. In casa però, in un angolo della mia stanza, di fronte al mio specchio ingiallito, ogni giorno me ne libero. Tolgo le fasce, ritualmente, con movimenti precisi e consueti. Libero le tempie, srotolo ed avvolgo la piccola matassa con sicurezza e già ai primi movimenti la musica delle mie palpebre si libera nel locale.
Ho comprato un violino per non destare sospetti, non capirebbero.
Credono che io sia un musicista ed io glielo lascio intendere.
La stanza si riempie di un odore acre: il suono della cavità, una sorta di eco.
Sono nato fortunato, non ho mai conosciuto i colori, non so cosa siano. Sono solo parole. Invece io posseggo macchie, tutte scure, tutte uguali, indistinte; io posseggo il fumo, posseggo il mio violino muto, liscio, lo tocco.
Tolgo le bende e mi riempio di questa melodia, di fronte al mio specchio il suono si moltiplica, eppure non son mai saturo.
Quel che ingerisco mi sfugge, evade dalle mie cavità, per questo motivo mi bendo, ed ogni giorno stringo sempre più il nodo sulla mia nuca. La fronte mi duole, ma è maggiore la afflizione quando mi accorgo della mancanza di melodia, quando sento che anche una piccola insignificante nota mi è sfuggita. Quindi stringo il nodo, le bende si tendono e la gente mi compatisce.
è l'ora delle visite, devo prepararmi.

Copyright 1996

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