Racconti
  
di Riccardo Rolando
  
Pagine: 80
   Prezzo: 8,00 euro
   Tel.: riccardo_rolando@fastwebnet.it

 

PREFAZIONE

Alle pagine che seguiranno intendo premettere di non ritenermi uno scrittore, ma semplicemente "un dilettante dello scrivere", nel senso etimologico del termine e cioè un individuo, ormai di una certa età, che, dopo essere andato in pensione, ha scoperto quanto sia divertente, ed intellettualmente stimolante, cimentarsi con la parola scritta.
Confesso che i miei primi "lavori", se li rileggo oggi, manifestano senza dubbio una certa pochezza sia di contenuti che di struttura ma, con il procedere degli anni, credo di essermi migliorato, tant’è che i due racconti con cui si apre questa raccolta sono risultati vincitori in due diversi concorsi letterari.
Il primo (Il complotto) si è classificato terzo nel concorso 2005 "Parole ritrovate: lo scrittore che c’è in te", sezione narrativa, promosso dalla L.I.T.A. di Milano (ricevendo anche un premio di 260 Euro che non ha certo cambiato la mia vita, ma è stato motivo di un’enorme soddisfazione personale).
Il secondo (La stangata) si è classificato tra i primi dieci, con diritto alla pubblicazione, nel XII premio letterario internazionale "Trofeo Penna d’Autore", sezione racconto singolo, promosso dalla A.L.I. Penna d’Autore di Torino.
I restanti racconti/ricordi inseriti nel volume derivano da una scelta del tutto personale, essendo quelli che a volte io stesso rileggo molto volentieri.

Rolando Riccardo

Monza, 10 Settembre 2006

 

La visita notturna

Come da tempo annunciato, e più volte ribadito da tutte le reti televisive, il mese di dicembre era iniziato con delle temperature diurne e notturne molto al di sotto di quelle mediamente attese per la stagione, e quindi questa volta il popolo dei telespettatori, generalmente piuttosto dubbioso sull’attendibilità delle previsioni meteo, si era dovuto ricredere, riconoscendo che tali anticipazioni si stavano dimostrando persino troppo veritiere.
Va aggiunto, per inciso, che queste previsioni vengono formulate da un nutrito stuolo di ufficiali dell’aeronautica, dei personaggi che, ad onor del vero, sono piuttosto strani perché, vedendoli così spesso sugli schermi televisivi, inducono a chiedersi come riescano a riempire un’intera esistenza trastullandosi con delle immagini fornite dai satelliti, per cui sorge quasi il dubbio che tali costosi prodotti della tecnologia più avanzata siano stati inventati al puro scopo di consentire a questa categoria di privilegiati una comodissima occupazione quotidiana.
Il maresciallo Gennaro Capuozzo, comandante di una piccola stazione dei carabinieri in un paesino abbarbicato sui primi contrafforti montagnosi non lontani dalla città di Ivrea, nell’udire, per l’ennesima volta, le ormai straripetute informazioni sulla situazione del tempo non si trattenne dal commentare ad alta voce: "Bella forza continuare a ripetere che questo freddo invernale era stato previsto con largo anticipo! Anch’io oggi sono in grado di affermare, strasicuro d’azzeccarci, che la prossima estate sarà una stagione calda! Non sono certo necessari i satelliti per arrivare a queste stronzate di conclusioni!".
Subito dopo, piuttosto stizzito, si alzò dalla poltrona, ben determinato a spegnere il televisore, perché il telegiornale si era ormai concluso e per di più lui quella sera, durante la consueta e solitaria cena, si era anche dovuto sorbire un lungo sproloquio del solito "tuttologo" di turno, presentato come un esperto di indagini giudiziarie che, attraverso un complicato giro di parole, aveva concluso la sua concione affermando che in materia d’indagini giudiziarie l’Italia si trovava ormai in una perversa spirale di perdurante brancolamento nel buio da parte delle diverse forze dell’ordine e che ciò era dovuto, secondo la sua opinione, ad un’endemica spilorceria che aveva sprofondato il Paese nella più assoluta carenza di informatori ben inseriti, oltre che ben prezzolati, nei diversi settori della malavita.
Questo sedicente esperto aveva indicato come esempio probante di tale affermazione una vicenda che da quasi due settimane teneva desto l’interesse dell’opinione pubblica, perché in tutto questo lasso di tempo le indagini della polizia sul mancato ritorno alla sua abitazione di campagna, situata poco lontano dalla caserma del Capuozzo, di un facoltoso aristocratico milanese sembravano essersi arenate nel nulla, nonostante che a poche ore dalla scomparsa ci fosse stata una telefonata anonima con cui era stato richiesto un riscatto ingentissimo.
Proprio in conseguenza di un marcato accento meridionale del misterioso telefonista la Questura di Torino aveva diramato un comunicato stampa in cui il rapimento veniva attribuito ad una qualche cosca o della ndrangheta calabrese o della mafia siciliana.
Il Capuozzo, poco prima di schiacciare sul telecomando il tasto dello stop, si sovvenne che il palinsesto della serata prevedeva la trasmissione dell’ultima puntata de "Il maresciallo Rocca" e lui le vittoriose avventure di questo suo quasi collega, quand’anche ormai replicate parecchie volte dalla più importante rete nazionale, le aveva sempre seguite con attenzione.
Ogni volta infatti finiva con l’immedesimarsi nella figura del protagonista, sognando di riuscire un giorno a risolvere delle indagini difficili ed intricate e di essere quindi intervistato sia dai cronisti televisivi che da quelli della carta stampata ed anche, perché no, di incontrare una qualche Stefania Sandrelli con cui avviare un felice rapporto di conoscenza che, auspicabilmente, si concludesse con un altrettanto felice matrimonio, visto che il maresciallo, da alcuni mesi ormai quarantacinquenne, non era stato sino ad allora molto fortunato nei suoi rapporti con l’altra metà del cielo.
Lui, per la verità, in tutti quegli anni aveva collezionato una lunga serie di relazioni sentimentali con donne delle più svariate estrazioni sociali, ma tali vicende si erano tutte regolarmente concluse con dei dolorosi fallimenti, quasi sempre imputabili, per sua stessa ammissione, ad un caratteraccio piuttosto introverso che lo rendeva da un lato poco loquace e, dall’altro, sempre nervoso ed arrabbiato per imprevisti, difficoltà o quant’altro che, un giorno sì e l’altro pure, sempre si manifestavano durante lo svolgimento delle più svariate attività quotidiane.
Il risultato di questo modo di vivere la propria esistenza era che queste numerose donne, una dopo l’altra, dopo un certo periodo di tempo finivano con lo stufarsi di questi suoi comportamenti per nulla accattivanti ed indirizzare le loro attenzioni verso qualcun altro, forse meno attraente del maresciallo ma di certo molto più comunicativo, e fors’anche disponibile al dialogo romantico.
Quella sera però la sua speranza di "interpretare" ancora una volta l’ammirato collega televisivo andò delusa perché, proprio poco prima che la trasmissione avesse inizio, si presentò alla porta del suo alloggio l’appuntato Carmelo Esposito, un suo compaesano che, ligio alle norme richiedenti ai militari di esprimersi sempre in modo "forte e chiaro", non appena la porta fu aperta si mise ad urlare a squarciagola: "Signor maresciallo, dalla caserma di Ivrea hanno appena telefonato avvisando che fra non molto arriverà da noi il comandante Senesi per conferire urgentemente con lei".
Nell’udire la notizia il Capuozzo entrò in agitazione e, congedato il sottoposto, spense subito il televisore per poi precipitarsi in camera da letto a reindossare la divisa che di solito alla sera, una volta rientrato in alloggio, si toglieva, per sostituirla con un completo da camera molto più comodo per restarsene sdraiato in poltrona a godersi una tranquilla serata casalinga.
Mentre si stava rivestendo cominciò però a chiedersi, sempre più preoccupato, perché mai il suo diretto superiore stesse raggiungendo quel piccolo paese ad un’ora così tarda e soprattutto perché, se proprio si trattava di una questione così urgente, non fosse stato piuttosto lui, inferiore di grado, ad essere convocato presso il comando di zona.
Dopo un ultimo controllo allo specchio, per verificare con cura che nulla risultasse in disordine nel suo abbigliamento d’ordinanza, si diresse all’ingresso dell’edificio per ricevere nei dovuti modi il superiore.
L’attesa fu brevissima perché poco dopo una camionetta militare svoltò velocemente la curva che immette nella strada d’accesso alla piccola caserma per poi arrestarsi, con un alto stridore di freni, proprio davanti al cancello dove il maresciallo nel frattempo si era irrigidito sull’attenti.
Pur se del tutto immedesimato in un saluto impeccabile non mancò però di stupirsi nel constatare come il superiore fosse giunto non già accompagnato dal solito autista, che il Capuozzo da anni ben conosceva, ma guidando invece lui stesso la vettura di servizio.
Una volta spento il motore il capitano Senesi scese agilmente a terra ed avvicinatosi al suo sottoposto gli disse, con un tono estremamente confidenziale, "Comodo, comodo Capuozzo perché non sono qui in veste ufficiale; consideri infatti questa mia una visita del tutto informale ad una persona che ho sempre apprezzato e con la quale stasera vorrei avere un amichevole colloquio a quattr’occhi".
Dette queste parole prese sottobraccio il maresciallo che, confuso ed impacciato, s’incamminò verso l’ufficio, ma subito il Senesi lo bloccò dicendogli: "Sarebbe molto meglio che anziché nell’ufficio ci si recasse direttamente nel suo alloggio, perché la natura di quanto le sto per dire deve rimanere assolutamente riservata ed è quindi opportuno che il nostro colloquio si svolga lontano dalle orecchie di un qualche suo sottoposto che, pur senza volerlo, potrebbe coglierne una parte entrando improvvisamente in ufficio per informarla di un’eventuale questione urgente".
Il Capuozzo, sempre più disorientato e visibilmente imbarazzato per tanta inaspettata confidenza, si diresse allora verso il suo piccolo appartamento dove, prima di entrare, si sentì in dovere di scusarsi per il disordine che il capitano vi avrebbe trovato, inventandosi sul momento una piccola bugia, dicendo cioè che non gli era stato possibile sparecchiare il tavolo del soggiorno, dov’era solito consumare le sue cene, perché richiamato in ufficio dalla telefonata di un collega di Napoli che doveva riferirgli sulle possibili connessioni con la malavita di quella città di un pregiudicato campano che da giorni gli uomini della sua sezione stavano inutilmente ricercando, al che il Senesi ribatté: "Capuozzo, lei non è tenuto a doversi scusare di nulla, so perfettamente come noi militari dell’Arma non ci si possa mai concedere un momento di serena tranquillità, presi come siamo da un continuo succedersi di impegni, imprevisti, e via discorrendo".
Il maresciallo invitò allora il capitano ad accomodarsi e, dopo avergli offerto un qualcosa da bere, che fu però cortesemente rifiutato, si sedette anche lui su di una sedia che posizionò molto vicina alla poltrona del superiore, onde consentire un colloquio il più possibile sottovoce, ed a quel punto il Senesi prese a dire:" Lei maresciallo deve sapere che io ed il marchese Gherardo Dellabona, quel signore che ormai da molti giorni risulta scomparso dalla sua villa non lontana da questa caserma, tanti anni fa eravamo molto amici essendo compagni di classe in un noto liceo milanese, poi però, dopo che io sono entrato nell’Arma ed ho iniziato una lunga serie di spostamenti sul territorio nazionale, ci siamo completamente persi di vista, ritrovandoci soltanto alcuni anni or sono quando il sottoscritto è stato destinato ad occupare l’attuale posto di comandante della zona di Ivrea.
Il nostro incontro avvenne casualmente in un bar cittadino e, pur se molto cambiati fisicamente, in quell’occasione non faticammo a riconoscerci ed a scambiarci un fraterno abbraccio, felici per l’avvenuto ritrovamento.

continua

- VETRINA LETTERARIA -

 
HOME PAGE