Antonia Izzi Rufo

Romanzo saggio
di Antonia Izzi Rufo
Pagine: 37
Prezzo: 7,00 euro

 


 

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Biobibliografia di Antonia Izzi Rufo

Narratrice poetessa saggista, Antonia Izzi Rufo è un’insegnante in pensione laureata in Pedagogia con diplomi di specializzazione didattica per "La Conoscenza dell’Africa" e "L’Emigrazione nei Paesi Tropicali" (Napoli, anno accademico 1969-1970). È nata a Scapoli (IS) e risiede a Castelnuovo al Volturno (IS), frazione di Rocchetta al Volturno. Ha scritto opere in prosa e poesia, saggi, monografie, testi a fronte e altro. Una cinquantina, finora, i volumi pubblicati. Collabora a riviste letterarie. Suoi racconti e sue poesie sono stati inseriti in numerose antologie. Molti i riconoscimenti letterari ricevuti. Noti critici e personalità della cultura nazionale e internazionale hanno scritto di lei. Il suo nome risulta nell’"Atlante Letterario Italiano (www.literay.it), nell’"Enciclodedia degli Autori Italiani dell’ALI" (ali@pennadautore.it) e in molti siti internet dai quali si possono richiedere anche i suoi libri. Mario Di Nezza l’ha definita "La Poetessa Pentra", Aldo Cervo "La Ninfa delle Mainarde", Luciano Nanni "La Saffo italiana", Enrico Marco Cipollini "Una Scrittrice briosa ed effervescente", Giuliana Matthieu "La Poetessa del sentimento", Ernesto Magnifico "Una Signora attaccata alla natura...; una rosa, consigliera di tanti Colori dell’anima", Cesare Lorefice "La Principessa della poesia", Pacifico Topa "Cronista poetica del nostro tempo". Così Giorgio Bàrberi Squarotti: «La sua poesia è luminosa ed essenziale in forza di una magata liricità, con esiti spesso altissimi»; Vincenzo Guarracino: «C’è una commovente disponibilità al canto nei versi di Antonia Izzi Rufo, c’è la capacità di dar corpo in versi limpidi e arcani ad una musica la cui misura genera nel lettore una strana vertigine di bellezza»; Giovanna Li Volti Guzzardi: «Come descrivere questa prolifica Poetessa che ci dà "I colori dell’anima" per inebriarci di gioia nelle nostre giornate tutte da inventare, mentre sussurriamo al vento i suoi magnifici versi?».

 

ALDO CERVO E GLI ODORI DELLA TERRA

AMICIZIE

Nascono, le amicizie, per caso, in circostanze impreviste, in periodi diversi, di solito quando si è nello stesso ambiente dove ci si incontra di frequente, si vivono esperienze di una medesima realtà; tra persone che hanno interessi comuni o che esercitano uguali attività; anche per corrispondenza, in uno scambio reciproco di idee. Sono, queste ultime, quelle che il tempo non intacca ma consolida sempre più. Quando si scrive, nel silenzio e nella solitudine, nel raccoglimento, si ha modo di discernere meglio i propri pensieri, di riflettere, di leggersi dentro ed esplorarsi, di mettere a nudo il contenuto del proprio mondo interiore all’insegna della trasparenza.
Le amicizie non sono sempre le stesse, nel corso della vita: cambiano con l’età, con le circostanze e gli eventi imprevisti, i trasferimenti in altra sede.
Alcune (Cosa rara? Non proprio) non si estinguono mai.
A parte le amicizie del luogo in cui si vive o quelle dell’ambiente di lavoro, ci sono quelle sempre nuove della scuola (primaria, secondaria, università) e quelle occasionali che però non durano perché non hanno il supporto della vicinanza, perché non vengono coltivate.
Un amico, a volte, è più fedele di un parente, ti offre il suo aiuto anche se non glielo chiedi, non nutre nei tuoi confronti sentimenti d’invidia o gelosia, ti è di conforto e sostegno morale nei momenti difficili.
Non siamo mai abbastanza grati al grande Omero - vegliardo e cieco - che vagava tra le rovine, ascoltava le voci degli eroi scomparsi e narrava le loro gesta per trasmetterle ai posteri.
Mi piace riportare, come esempio, il libro XVI dell’Iliade nel quale si parla di Achille e Patroclo. Non ha confronti l’amicizia (forse oggi "strana amicizia" ancora, normale a quei tempi) sbocciata tra quei due inseparabili amici. Quando Antiloco porta la notizia della morte del figlio di Menezio e in lacrime dice: «Giace Patrolo», il Pelide è come impazzito dal dolore, «una negra a quei detti il ricoperse... / nube di duol...». Urla disperatamente e il suo urlo è simile al ruggito d’una belva. Si strappa i capelli a ciocche, si rotola nella polvere e Antiloco trattiene a stento le terribili mani perché non si squarci la gola per il furore.
«... Un grido / mise, e d’un altro da lontano gli fece / eco Minerva, ed un terror ne’ teucri / immenso suscitò...».
Per tre volte echeggiò il suo terribile grido che scompigliò le fila dei troiani.
Recuperato il cadavere, «la man tremenda sul gelato petto / dell’amico ponendo...», quasi volesse scaldare col proprio calore il corpo inerte e sentirlo battere ancora, «... cupi e spessi gemiti mettea, come talvolta / ben chiomato lion a cui rapìo / il cacciator nel bosco i lioncini».
Riemerge allora in lui "l’ira funesta", la potenza vendicativa che tutto abbatte come un turbine. Non si rassegna alla scomparsa dell’amico d’infanzia. Solo nel rimpianto, nel celebrarne le virtù e nel ricordo delle gioie e dei dolori divisi con l’amico dal cuore generoso, trova conforto.

 

 

INCONTRO

Il mio primo incontro con Aldo Cervo risale a diversi anni fa (dieci, forse più). Avvenne a Venafro, in una struttura ecclesiastica nella quale Amerigo Iannacone aveva invitato i suoi amici scrittori, poeti e giornalisti, perché presenziassero alla presentazione di un suo libro. Nell’attesa che arrivassero tutti, ci trattenemmo a chiacchierare, in piedi, e a scambiarci i saluti. Mi fu presentato Aldo Cervo e ciò mi lasciò indifferente: non lo conoscevo e nulla mi stimolava a stringere con lui rapporti familiari.
Infine il brusio cessò e ci sedemmo per ascoltare i discorsi dei relatori.
E da questo momento cominciò la sorpresa, si scatenarono il mio entusiasmo e la mia ammirazione per Aldo Cervo, per quel "tale" che, di primo acchito, m’era sembrato un tipo che non destava interesse né curiosità (Scusami, Aldo! Ma io, non ti avevo ancora sentito parlare).
Fu lui il primo ad esordire e mi conquistò con il tono deciso e dolce della voce, il discorrere semplice e convincente,serio e a tratti ironico, le sue spiegazioni chiare, concise, esaurienti. Lo seguivo rapita, pendevo dalle sue labbra.
Quando l’ultimo oratore, l’autore, concluse la dissertazione e chiuse ringraziando i partecipanti, andai a congratularmi con Aldo. Conosceva il mio paese per esservi stato per diversi anni come docente di lettere della Scuola Media; ricordava il nome dei colleghi di quel periodo (tra gli altri anche quello di mio cognato Federico Pesce), quello degli alunni che s’erano avvicendati nelle sue classi (tra questi mia nuora Tiziana della quale, in seguito, mi fece vedere un compito d’italiano e una cartolina illustrata da lei scrittagli durante un'estate). Era "innamorato" di Scapoli, della sua bellezza selvaggia, della natura rigogliosa di querce e olivi, dell’ambiente sano non inquinato dallo smog per l’assenza di fabbriche, della cordialità della gente, delle dolomitiche Mainarde, anfiteatro naturale che,dalle valli solcate da ruscelli sale fino alle vette, a gradini, e si staglia altero nell’azzurro. Vi torna, periodicamente, con la sua "Pinuccia".

continua

- VETRINA LETTERARIA -

 
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