Maria Letizia Filomeno

Racconti
di Maria Letizia Filomeno
Pagine: 35
Prezzo: 10 euro
ISBN 978-88-6170-066-6
 


 

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PROFILO DELL'AUTRICE

MARIA LETIZIA FILOMENO, nata a Gallarate il 12-09-1971 - È autrice di poesie, racconti, romanzi. Ha pubblicato due raccolte personali di poesie con le Edizioni «Il Grappolo». Con l’A.L.I. Penna d’Autore di Torino ha pubblicato la silloge di poesie «Presunte illusioni», i romanzi brevi «La ragazza di Porta Garibaldi» e «Gli sms che ti ho mandato... a cui tu non hai quasi mai risposto». Altre sue opere, sia in poesia che in prosa, sono presenti in antologie. Ha conseguito riconoscimenti in vari concorsi e collabora a riviste letterarie.

 

BELLARIA

Bellaria, giugno.
Sto ancora cercando di capire se tutto questo è reale, oppure se è solamente uno dei tanti sogni che ho fatto, nel corso di questi anni. Un sogno reso concreto da un desiderio nostalgico, ancora permeato di struggente sofferenza.
Il pensiero del mare, per me, è il ricordo di un dolore.
Per anni ho cercato di fuggirlo, di allontanarmene il più possibile per non riaprire la ferita che ha messo la parola fine alla mia infanzia.
Ora sono tornata. Il mio esilio volontario non poteva durare più a lungo. Prima o poi avrei dovuto fare i conti con la realtà, e cercare di ricucire quella frattura.
Il tempo cambia molte cose, ma i moti dell’anima sono imprevedibili. Sensazioni ed emozioni che sembrano assopite, attenuate, possono invece rivelarsi degli uragani. Non è tanto il tempo trascorso a cambiare le cose, quanto le cose stesse che abbiamo vissuto, le nostre esperienze, gli altri dolori che si sommano a quelli passati e che creano una corteccia più resistente.
Ora sono qui, di fronte al mare. Il mio mare.
È tutto così strano. Non mi aspettavo di provare una sensazione più simile alla nostalgia che al dolore. Non mi aspettavo di scoprire che, in fondo, ho tanto desiderato questo momento, quasi quanto l’ho temuto.
Il cielo è di un azzurro straordinario. Il cielo che si vede nelle cartoline illustrate, che sembra quasi dipinto.
Il mare è incredibilmente blu. È un mare arrabbiato, inquieto, tumultuoso, che si getta sulla riva con tutta la sua forza. Lo sento nel naso, trasformato in goccioline salate, che aspiro con voluttà, con desiderio. Lo sento nelle orecchie, il suo fragore che annulla qualsiasi altro suono. Lo sento sulla pelle, insieme al sole che mi colpisce senza pietà. Ma, soprattutto, lo sento nel cuore. Sento il suo respiro.
Cammino a testa bassa, lasciando sul bagnasciuga le mie impronte, che si ritirano lentamente, o che vengono cancellate da un’onda schiumosa, che allarga le sue braccia.
Quante volte l’ho sognato, questo mare.
Mi guardo intorno, con gli occhi socchiusi per il sole e per la sabbia sollevata dal vento. La spiaggia è ancora abbastanza libera, ma presto fiorirà di ombrelloni e sedie a sdraio.
Bellaria. Giugno. Come allora. Sembra quasi che il mare voglia suscitare in me il ricordo, e attenuarlo, per farsi perdonare.
Avevo undici anni, Mirella ventidue. Era la mia cugina preferita, la mia migliore amica.
I nostri genitori gestivano un albergo e uno stabilimento balneare. Durante l’estate, Mirella faceva la bagnina. Viveva qui, mentre io, in inverno, tornavo a Parma.
Passavamo le vacanze insieme. Tre mesi di mare, di giochi con la sabbia, di bagni fino a farsi diventare le labbra blu dal freddo, finché mia madre si sbracciava dalla riva, gridando il mio nome e, se proprio non ne volevo sapere di uscire dall’acqua, entrava lei a ripescarmi.
Il profumo del mare è il profumo della mia infanzia e la mia infanzia è il ricordo di lei. Mirella mi coccolava come se fossi la sua bambina, mi portava alle giostre, di sera, e mi comprava i gelati, al chiosco della spiaggia. Trovava sempre il tempo di stare con me, nonostante il lavoro.
Io l’adoravo, e adoravo l’estate perché la passavo con lei.
Poi, si ammalò. All’inizio dell’inverno di dieci anni fa.
Ero ancora una bambina e certe cose non riuscivo a capirle. Captavo mezze frasi di conversazioni tra i miei genitori e telefonate sommesse agli zii. Sentivo parlare di ospedali, di esami, ma la mia mente ingenua ancora non riusciva a dare un senso compiuto a tutto ciò, e nessuno ebbe il coraggio di spiegarmelo.
A volte scoprivo mia madre che mi guardava con una strana espressione, un misto di dolcezza e compassione, per un futuro che io non potevo immaginare, ma che lei, invece, sapeva benissimo.
Quando rividi Mirella, all’inizio dell’estate, non mi sembrò diversa dal solito. Solo un po’ più magra, più pallida, nonostante trascorresse molto tempo all’aria aperta. Mi disse che non stava molto bene, ma che si sarebbe ripresa presto. Non so se veramente fosse convinta di guarire oppure se volesse solo fingere che ciò sarebbe stato possibile. Il suo sorriso e la sua allegria, nonostante tutto, riuscirono a cancellare i miei dubbi e le mie paure.
Bellaria era ancora la stessa città, fremente di attesa e di vitalità. Mi apriva le braccia ad un’altra estate a cui andavo incontro col cuore colmo di aspettative. Respiravo il profumo stuzzicante di abbronzante al cocco, che mi accoglieva al mio arrivo in città e che per anni, poi, ho detestato, perché risvegliava in me ricordi dolorosi.
Ero felice. Felice di vivere in una città di mare. Felice di vivere con Mirella. Nella mia immaginazione le due cose si fondevano, erano un tutt’uno, una simbiosi irreversibile.
Per questo, dopo, è stato tutto ancora più difficile. Mirella è sparita dalla mia vita al culmine di quell’estate. È andata in ospedale. Il suo calvario è durato poco. Ha deposto le armi quando ormai non aveva più speranze e in poche settimane la sua vita se n’è andata.
Io, che ero troppo piccola per capire, sono stata l’ultima a saperlo, dopo essere stata intontita da una serie di pietose bugie. Ma ero abbastanza grande per soffrire.
Ricordo come fosse ieri un mattino di vento, un susseguirsi di cavalloni di schiuma bianca, il mare di un blu che non avevo mai visto, il cielo azzurro come nelle cartoline. Come adesso.
Mirella mi aveva portata a vedere il mare in burrasca. Sorrideva. Il vento le scompigliava i capelli e lei si copriva gli occhi per difenderli dal sole e dalla sabbia. Io facevo fatica a respirare, tanto l’aria era forte.

continua

- VETRINA LETTERARIA -

 
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