Gazzetta di Parma - Lunedì 18 agosto 1975
Un’avventura umana segnata dal dolore
ABRAMO MARTINI POETA PROLIFICO
INQUILINO DI GIACOMO LEOPARDI

 Ferragosto in poesia per Abramo Martini, cinquant’anni, pensionato della Comit, originario di Traversetolo. Grande invalido, poeta indefesso se nel giro di pochi anni, dal maggio del 1969, da quando una grave infermità lo costrinse a lasciare il lavoro, ha deciso di dedicarsi alla poesie e alla narrativa, dotato di un diploma di quinta elementare.
«La poesia – dice – è riuscita a lenire il mio dolore, è stata la mia consolatrice». Da allora, ogni giorno, s’è messo a leggere di buona lena ed a scrivere, collezionando migliaia di poesie, dedicandone, di getto, a quanti meritano un piccolo spazio nella sua fervida fantasia.
Una vita normale a Traversetolo, poi gli anni della guerra, la cattura dei nazifascisti, la fuga in montagna, la milizia nelle file partigiane e, in tempo di pace, un grave infortunio sul lavoro. Poi la ripresa dell’attività a malapena ed infine un pensionamento anticipato quando un uomo può ancora dare tutto. Abramo Martini parla della sua avventura umana con una punta di distacco, quasi che ora il passato non gli appartenesse più o che avesse vinto la sua interna battaglia votandosi alla poesia.
Legge tutto il giorno – oltre duemila volumi ha collezionato fino ad ora nella sua biblioteca – e alle poesie, molte, moltissime, alterna racconti. Ne ha scritti oltre un centinaio. Una raccolta recentissima ne reca ventitré, di cui diciannove d’amore, due gialli e due di narrativa. Gli otto volumi di poesie costituiscono la sua opera più ponderosa, tre hanno anche titoli provvisori: «fiori del mio giardino», «Fiori e sterpaglie», «Vivranno coi fiori».
La sua prima raccolta di versi data dal 1968, quando per i tipi della tipografia Bernardi uscì «La mia strada». Ma ha in mente di dare alle stampe un altro volume in autunno, mentre su un’antologia nazionale compariranno tra breve tre sue liriche. «Mi chiamano il poeta del giorno – dice – per questa mia vena estemporanea di sfornare poesie, ma la critica di Parma e di fuori è stata benevola con me e non mi sono mancati riconoscimenti».
Abramo Martini, abita in via Leopardi 2. Viene spontaneo chiedergli: è la vita dei poeti? Se l’è cercata lei quella via?
«Sono un inquilino di Giacomo Leopardi – aggiunge – e posso dire che prima del 1965 si chiamava strada B di via Langhirano. Fui io che al prof. Flavio D’angelo suggerii di far dedicare la via “anonima” a Giacomo Leopardi nel 1965. Ora mi sento meglio. Leopardi è il poeta del dolore, della sofferenza. È il mio poeta».
Migliaia di poesie. Un fiume di versi, una vena inesauribile. Questo è Abramo Martini. Un poeta fertile anche a Ferragosto. «Vuol mettermi alla prova? – dice –. Eccole, freschi, alcuni versi per voi giornalisti della Gazzetta, che non avete un attimo di sosta e che siete al lavoro come sempre, anche nel cuore dell’estate». E la poesia è qui accanto, dedicata a noi, che vincendo per un attimo una modestia di rito, la pubblichiamo di buon grado.

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