Gazzetta di Parma - Martedì 5 ottobre 1993
IL PERSONAGGIO - Scrive versi a raffica,
non disdegna i racconti, pubblica libri e fa incetta di premi

UN MILIONE DI POESIE IN TRENT’ANNI
Abramo Martini, pensionato, ha scoperto la sua vocazione per «motivi di salute»

Perché si scrive? Per anestetizzare la memoria? Per dare un nome alle cose? Per terapia dello spirito? Una, cento, mille, le ragioni dello scrivere. Una di più, una di meno, delle ragioni per tacere. Ma si scrive anche per raggiungere una meta. Quella di Abramo Martini, 68 anni, parmigiano, ex bancario, è una meta da «Guinnes» dei primati. Un milione di poesie scritte nell’arco di un trentennio. Le ha raccolte in blocchi formato trentadue per trenta centimetri. Una casa, la sua, tappezzata di versi sciolti.
Martini abita (segno del destino) in via Giacomo Leopardi. «Macché destino. La mia via si chiama strada B di via Langhirano. Poi mi sono dato da fare per farla chiamare con il nome del grande Giacomo». Lui, autodidatta delle liriche, si racconta così. «Ho cominciato a scrivere poesie il sei gennaio del 1960. Lavoravo al centro contabile della Banca Commerciale». Uno dei tanti casi di “scriventi” che affollano gli uffici? Uno degli innumerevoli dilettanti che riempiono il cassetto con ambizioni sbagliate?
Macché. L’iperbolico Martini non riempie cassetti, ma bauli, armadi, intere stanze. Con spirito matematico accumula, produce.
Prima trenta, poi cento liriche al giorno. Una catena di montaggio che sembra non aver fine. Il suo ipermercato del verseggiare è stipato di un milione di poesie.
Ma perché Abramo Martini l’ha fatto? «Vede, sono andato in pensione a quarantaquattro anni per motivi di salute – racconta – e ho cominciato a scrivere a getto continuo. Non potevo andare al bar, non potevo lavorare. Allora ho capito che la poesia poteva diventare la mia salvezza». E il castello di carta si alzò giorno dopo giorno.
Una terapia a dosi sempre più massicce. Una pantagruelica abbuffata di poesie in lingua, in dialetto, per bambini, per adulti. «Ma ho scritto anche 500 racconti – incalza Martini – di cui alcuni pubblicati».
La mano scivola leggera sul foglio di carta. «Il tempo è un fatto matematico: in un minuto scrivo dieci versi. Perché va più forte la penna del pensiero. Praticamente ho centodieci libri già pronti per la stampa». Qualche soddisfazione – tre libri di poesia pubblicati – Martini l’ha avuta. «Pensi che per il mio terzo libro “Parole sotto voce” pubblicato da La Nazionale, mi hanno detto che sono stato candidato al Premio Nobel tramite l’Accademia San Giorgio di Milano». Ma il Nobel – ovviamente – è rimasto un sogno. «Comunque sono membro di cinque accademie internazionali, ho vinto numerosi concorsi: e poi conosciuto tutti i maggiori poeti italiani».
- Ad esempio?
«Arturo Bertoni di Fognano, Fausto Belli di Lodi, Rolando Mora».
- Scusi, ma non erano Mario Luzi, Attilio Bertolucci, Andrea Zanzotto, Giovani Giudici?
«Beh, sì, anche loro». Nella casa di Martini, tra trofei, targhe, pergamene e coppe – tutte vinte in agoni poetici – c’è da restar sbalorditi. Che differenza in confronto alle nude pareti, quasi monacali, delle case di grandi poeti come Luzi o Caproni! Ma lui, “poeta, accademico e cavaliere”, si gode il suo primato tra queste certezze. Pronto a ricominciare la meta, ovviamente, sono i due milioni di poesie.

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