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La richiesta di corrispondenza da chi convive con una malattia degenerativa
Cari amici di Penna d'Autore,
Emergono altre opinioni sul grande problema della distribuzione dei libri
Illustre Presidente, cari Autori,
Nel dibattito sviluppatosi in questo sito sui problemi di diffusione delle opere pubblicate dai Piccoli Editori si trova l’insieme dei motivi che animano gli scrittori emergenti, dalla passione che li sorregge ai problemi che li affliggono. In fondo la nascita di un libro ricorda, ovviamente nelle ben diverse proporzioni, la nascita di una vita, dal concepimento alla gestazione e poi alla cura successiva della “creatura” con le relative inevitabili difficoltà, che per la vita vengono di regola felicemente superate, per il libro invece quasi mai. Le difficoltà si ritrovano nelle lettere della “Posta degli Autori”: dalla difficoltà di diffusione al di là dei confini locali (Artemisia); alle mancate risposte nei contatti per trovare visibilità (Ilaria) anche se i Grandi Editori non lesinano risposte negative addolcite da consigli (Elena); alla chiusura degli spazi nelle librerie per i Piccoli e Medi Editori (Maristella). Come non mancano critiche: a un circuito letterario che privilegia la grande editoria e i suoi prodotti non sempre validi dal punto di vista letterario nonché allo scarso impegno dei Piccoli Editori che trascurano la promozione e non puntano alla grande distribuzione dove è concentrata la società di oggi (Davide); e al fatto, quasi speculare, che il Piccolo Editore non deve far concorrenza a quello grande, ma rivolgersi a utenze piccole, decentrate dove quest’ultimo fatica ad arrivare (Dario). Pur con questo ventaglio di interessanti interventi che mettono in luce diversi lati del problema mi sembra resti aperta la domanda posta nella lettera che ha dato avvio al dibattito: “Come può un autore emergere se non è associato a grandi gruppi editoriali con una buona distribuzione territoriale? Il libro si vende dove c’è, ma se il prodotto non viene distribuito come fa la gente a conoscerne l’esistenza?” (Daniele). Volendo dare il mio contributo di autore, prendo l’avvio dalla constatazione che i Centri di Distribuzione richiedono impegni finanziari non abbordabili per i Piccoli Editori (Davide) e cerco di quantificarli: il costo di distribuzione (compresa la percentuale per la libreria) arriva ad assorbire il 65% del prezzo di copertina, cui occorre aggiungere gli ulteriori costi per la dispersione e la manomissione dei volumi e gli oneri finanziari per la lunga dilazione nel versamento del ricavato; per cui anche la vendita totale di una edizione sotto le 3000 copie genera una perdita secca per l’Editore, vale a dire che persino con il pieno successo il risultato economico è negativo (né, per ovvi motivi, si può pensare a tirature più alte che abbasserebbero i costi unitari). In tali circostanze non ci si deve stupire se il Piccolo Editore non solo non si sente di rischiare investimenti in promozione e pubblicità dal dubbio ritorno rinunciando così a maggiori tirature, ma si copre dalla perdita con gli impegni di acquisto a copertura dei costi richiesti spesso agli autori (Maristella). Stando così le cose, avrebbe ragione chi richiama alla realtà dicendo: “Ma dimentichiamoci, ve lo dico spassionatamente, l’era dei Mecenati, dei cultori dell’Arte con la ‘A’ maiuscola. Non è più tempo” (Ermanno). Però, se non è più tempo di Mecenati lo sia per tutti, e non vi siano favoritismi a danno degli autori emergenti e dei Piccoli Editori, con una disparità di trattamento non motivata dal valore letterario. E che oggi sia invece tempo di nuovi “Mecenati”, dal potere vastissimo e tutt’altro che cultori dell’Arte, è sotto gli occhi di tutti, investiti come siamo dalle presenze nelle trasmissioni televisive di promozioni librarie dei soliti noti: basta ricordare il “libro di Natale” del Grande Personaggio RAI, vero tsunami che da anni impazza dall’alba al tramonto alla notte, in ogni trasmissione, dalla calcistica alla culinaria, senza remore e freni; cattivo esempio seguito da altre minori ma sempre invadenti esposizioni di libri di Grandi Personaggi, con il denominatore comune della notorietà, che hanno contagiato anche trasmissioni che pure avevano meritoriamente ignorato il “libro di Natale” ma si rivolgono anch’esse sempre e soltanto ai soliti noti. “It’s economy, stupid!”, mi si potrebbe obiettare richiamandomi alle regole del profitto che ben conosco e non demonizzo affatto. Ma il grande profitto nasce proprio da questa visibilità gratuita che viene concessa e regalata, e non sarebbe abbordabile neppure dai Grandi Editori che se ne avvantaggiano indebitamente. E se siffatta concessione, regalo valutabile in milioni (di euro), è offerta dal Servizio Pubblico RAI con i proventi del canone che versiamo, allora noi abbiamo il diritto di denunciare simili arbitrii interessati. Non per chiedere che questi spazi vengano dati tal quale ai Piccoli Editori e quindi agli autori emergenti, ma per esigere che siano commisurati al valore letterario dell’opera e non alla notorietà televisiva dell’autore. Qui il meritorio Premio “Penna d’Autore” e altri premi consimili potrebbero avere un ruolo fondamentale perché in essi avviene la selezione in base al valore letterario, e comunque per opera di giurie qualificate e non delle scelte insindacabili del conduttore di turno che non ha la benché minima competenza al riguardo. Si potrebbe pretendere che il Servizio Pubblico RAI orienti in questa direzione le sue scelte sulle opere da valorizzare con la visibilità gratuita che viene concessa senza che se ne conosca la motivazione; che non può essere, ripeto, la notorietà dell’autore in campi ben diversi da quello letterario, né la scelta discrezionale del conduttore, né tanto meno l’annuale riproposizione ossessiva dello stesso autore del “libro di Natale”. Va posto rimedio alla situazione paradossale per cui piove sul bagnato, dato che la notorietà dei Grandi Personaggi già di per sé assicurerebbe in libreria una adeguata visibilità, ma non ci si accontenta; i Grandi Personaggi, anche se piccoli autori, come i Grandi Editori, fruiscono di un canale anomalo di tale portata che moltiplica a dismisura vendite, tirature ed edizioni senza alcun rapporto con il valore dell’opera. Spesso questo meccanismo perverso opera come mecenatismo alla rovescia, in quanto dà visibilità, spazio, fortuna ad opere che non lo meritano contribuendo anzi al deterioramento del gusto e allo svilimento del merito. Un ritorno del Servizio Pubblico RAI alla sua missione in campo culturale dovrebbe comportare, quindi, la correzione di quanto ora denunciato insieme con l’istituzione di trasmissioni apposite, in ore di grande ascolto, per autori che hanno avuto riconoscimenti in Premi letterari come “Penna d’Autore”, altrimenti i problemi insormontabili dei Piccoli Editori di dare visibilità si trasferiscono agli organizzatori dei Premi. Ma si può andare ancora oltre. Se il nodo fondamentale è quello della distribuzione oltre l’ambito locale di opere, si ripete, meritorie sul piano del valore letterario, va preso il toro per le corna. E va rimossa un’altra grave disparità di trattamento, dei Piccoli Editori rispetto alla “Piccola Stampa”, termine con cui identifico la stampa di partito e quella di finti gruppi politici ed associazioni varie. Per loro addirittura vengono devoluti contributi milionari (in euro) con cui sono mantenuti in vita fogli altrimenti condannati alla scomparsa e finanziati giornali nazionali che non hanno alcun titolo per rientrare nell’area assistita; invece nulla si fa per il giogo che strangola i Piccoli Editori, cioè il costo proibitivo della distribuzione, sopra quantificato nella sua abnorme incidenza. Mentre si tratterebbe di creare delle Strutture di servizio per la distribuzione libraria del tipo di quelle che furono escogitate per le piccole imprese, una volta che fu individuato l’ostacolo principale alla loro operatività concreta sul mercato. Ora per la Piccola Editoria è stato individuato con precisione, l’ostacolo è la distribuzione nazionale dai costi proibitivi oltre alla visibilità anzidetta delle opere meritevoli rispetto ai compiti e agli obblighi del Servizio Pubblico RAI; una distribuzione che potrebbe essere assicurata senza l’insostenibile salasso superiore al 65% dei ricavi avvalendosi delle molteplici possibilità date dalle reti locali di servizi esistenti, che potrebbero essere finalizzate a questi compiti. Un’iniziativa come quella ora delineata volta ad affrontare il nodo della distribuzione per la Piccola Editoria ne valorizzerebbe l’azione meritoria che mette in luce le spinte culturali presenti nella popolazione e porta alla scoperta di talenti letterari; l’intervento di effetto immediato per l’uso coerente ed appropriato del mezzo radiotelevisivo nel Servizio Pubblico RAI darebbe ai talenti selezionati nei Premi letterari la giusta visibilità legata al valore riconosciuto da giurie competenti, mentre ora la scelta è affidata all’arbitrio di pochi che fruiscono di inammissibili rendite di posizione e possono favorire immeritatamente i soliti noti. Resta esemplare lo sfogo appassionato: “Non siamo commercianti, siamo scrittori piccoli, sconosciuti, ancora in via di miglioramento, ma scrittori e ci piace farlo. La nostra è una passione che paga in altro modo… le cose buone prima o poi emergono” (Artemisia); e anche l’espressione che da rassegnata diviene fiduciosa: “Da parte mia mi sono messo l’anima in pace… Ben vengano iniziative altamente lodevoli come “Penna d’Autore… qualcuno in qualche parte del nostro Bel Paese sicuramente ci leggerà” (Ermanno). Da questi stati d’animo espressi con sincerità si può ripartire per una reazione altrettanto appassionata. La medaglia d’argento del Presidente della Repubblica come giusto riconoscimento all’opera svolta da Lei, Presidente Maglione, con il Premio “Penna d’Autore”, di cui mi complimento vivamente, può essere un inizio promettente per la valorizzazione di quell’autentico giacimento culturale che sono gli autori emergenti riconosciuti meritevoli. Perciò non è detto che la strada sopra delineata sia impraticabile. Ma per percorrerla in modo risoluto non basta il contributo di un affezionato come me a “Penna d’Autore”, deve aggiungersi la spinta decisiva di quanti si sentono di utilizzare il dibattito in corso per un’azione forte e coerente volta a correggere le storture in atto e aprire nuovi spazi per la cultura all’insegna della giustizia. Romano M. Levante Il piccolo/medio editore ha difficoltà a farsi accettare da un distributore di libri Ho letto con interesse le lettere sull'editoria e relativa distribuzione. Io scrivo da qualche anno, ho cominciato quasi per scherzo ma ora lo scherzo si è trasformato in qualcosa di più importante, almeno per me. Fortuna che, provenendo da un'attività lavorativa che con la scrittura aveva a che fare solo per la capacità di scrivere relazioni corrette e pertinenti, ho affrontato la faccenda con quella sana dose di cinismo che mi fa apprezzare il buono e fare spallucce al peggio perché oggi l'editoria è un'industria come tante, il cui scopo è il profitto. Non c'è molta differenza fra chi produce libri o pomodori in scatola.
I
risultati di questo mio non più gioco in fondo sono stati
gratificanti. Quando ho cominciato a far circolare fra i premi
letterari i miei racconti (che è la forma di scrittura che mi piace di
più e forse so fare meglio) i risultati sono venuti subito. Molti
piazzamenti, molte segnalazioni, un po' di soldi, targhe, coppe ecc.
Allora
mi sono rivolta a editori medio/grandi i quali annunciano spesso che
se entro nove mesi non si riceve risposta... vuol dire che il bambino
non nascerà. Mi sono scontrata con un preconcetto "razzista": i
racconti non vanno. E allora la Mansfield, Alice Munroe, Grace Paley,
Carver ecc. (che hanno praticamente scritto solo racconti), se fossero
nati in Italia, che avrebbero dovuto fare? Spararsi?
A un
editore medio/piccolo, invece, sono molto piaciuti e ne ha pubblicate
due raccolte, con le quali non si è certo arricchito, anche se ha
fatto quanto in suo potere (passaggio in TV locale e anche nazionale,
radio, presentazioni ecc.). E qui ho cominciato a capire come
funziona la faccenda. Ho capito che il distributore è una specie di
deus ex machina. Non solo bisogna investire molto per ottenere i
servizi di un distributore serio e capace, ma il piccolo/medio editore
ha difficoltà a farsi accettare. In poche parole: se il distributore
non ti vuole, ti attacchi. E, visto che l'uomo che va dai librai a
proporre le novità (per capirci fa un lavoro simile a quello del
rappresentante), propone ciò che gli fa intravedere un possibile
guadagno... siamo di fronte a un cane che si morde la coda. Non conta
poi molto che l'editore voglia investire e creda in quello che
pubblica. Quali sono le conseguenze per noi i piccoli autori? O ci
troviamo di fronte a editori che si possono definire stampatori di
libri a pagamento o, se non lo sono, si barcamenano nella speranza di
trovarsi in mano qualcosa che, per ragioni misteriose e imprevedibili,
diventi un best seller. Per grazia ricevuta.
Per i
grandi gruppi le cose vanno in un altro modo. Il piccolo autore spesso
deve ottenere la buona parola di qualcuno per essere messo in cima
alla pila di manoscritti che sommergono le Case Editrici. Poi, se
l'opera è ritenuta interessante viene pubblicata e, anche se non
vende, la perdita viene annacquata dai proventi di altri lavori,
alcuni buoni, altri buonissimi, altri tragicamente inutili. E se poi
vende, tanto meglio.
E
allora, che ho fatto? Ho scritto il mio primo romanzo che è stato
recentemente pubblicato da un piccolissimo editore toscano come
ricompensa per aver vinto il primo premio del suo concorso letterario
con un racconto (tanto per cambiare). Ha investito soldi suoi e
distribuisce solo localmente. Nella mia città mi arrangio da sola. Ma
sono contenta perché mi sento fuori dal sistema. E chi lo sa, se al
mio libro spunteranno le gambe, camminerà.
Non
scoraggiamoci.
Anna
Frosali
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